Un giorno un paio di piedini spuntano dalle tue coperte. Ti accorgi solo in quel momento che qualcosa sta cambiando. In quell’istante sei riportato alla tua storia, ripercorri i mesi di vita che si sono snodati sino a quel momento, e ti pare tutto incredibile, inconsueto, sorprendente; non ti accorgi, mentre vivi spensieratamente, di quanto la vita sia determinata dalle piccole coincidenze, così imprevedibili come cruciali per i giorni a venire. Quel giorno sei rimasto due ore in più a Milano, quell’altro hai scambiato quelle precise parole con quella persona, un’altra volta hai deciso di andare a casa di quel tuo conoscente per un paio di giorni… L’aritmetica non dà l’interpretazione dei risultati. 4-3=1. Quanti significati ha questa uguaglianza?? Me lo chiedo ancora adesso. Fatto sta che quattro persone meno tre letti è uguale a uno. “Un” cosa? Una bellissima relazione che sboccia, un’amicizia che si radica e si trasforma in qualcos’altro, in attesa, in gioia, in ansia per il futuro, in perplessità, in spensieratezza, in scorrevolezza, in vita, e che ancora si trasforma. Si trasforma, e cambia continuamente, per trovare il suo punto di equilibrio, che io aspetto perché significherà che qualcosa di solido è stato costruito; che una prima pietra è stata posata.
E questo inizio è tutto contenuto in un paio di piedini che spuntano dalle coperte.
La tua vita, ben organizzata e determinata e pettinata, così come si è stabilita in anni trascorsi a crescere, è rivoluzionata, è rinnovata, è ricostruita dalla base con una forma nuova, con un altro slancio verso l’alto, con una direzione e una meta cui puntare; e tutto questo in un tempo rapidissimo, fulminante. Poche settimane e già si scorge questa nuova fisionomia: so bene che non è ancora quella finale, che va assestata, ma qualcosa di incredibilmente nuovo sprizza da lì.
Novità, imprevedibilità, sorpresa.
Sono parole che mi ronzano continuamente in testa. Sarà che riescono bene a descrivere ciò che vedo in questi giorni. Giorni di inizi; e uno spettacolo che ricorre nella mia mente è quello del mare che si risveglia dal torpore invernale per giocherellare con gli scogli, per rincorrere la sabbia sulla riva, per ruggire gioioso e incresparsi con forza. Questo è il mare che si accorge di ciò che lo circonda, che sposta il suo centro dalle profondità abissali al bagnasciuga, che sostituisce la fredda fissità delle acque profonde alla briosità degli spruzzi che si lanciano sugli scogli. È il mare che si accorge di non poter esistere a lungo da solo, che ha bisogno di qualcosa che lo limiti costruttivamente, che lo circondi e che ne solletichi la pelle.
Io sono sicuro che questo inizio e il risveglio marino siano collegati, anzi legati da un fiocco di cui devo ancora scoprire il colore.
Un anticipo di Primavera.
Ecco cosa sono stati questi giorni. Le giornate si fanno più tiepide, e spesso il Sole è l'unico protagonista nel cielo, mentre il sipario di nuvole si ritira e pioggia o neve si nascondono dietro le quinte. Il pigolio dei primi uccelli comincia a farsi sentire al mattino, quando apro le finestre della camera, e l'aria frizzante che entra nella mia stanza odora di nuovo, di pulito, di inizio.
Sì, c'è nell'aria un fine sentore di inizio. Conoscete la fragranza dell'inizio? E' inebriante, e dà una carica irresisibile, arriccia le labbra sul viso e strappa i primi sorrisi sul volto delle persone che la respirano. E' un balsamo, un toccasana. Avvolti dalle spirali di questo profumo si schiudono al nostro intuito le infinite possibilità dell'avvenire, e guardiamo con speranza e fede al futuro prossimo, che poi si confonde con il Sole che sorge, spandendo raggi dorati d'intorno. Ogni mattino, quando ripeto il rito della sveglia, canticchiando "Il Mattino" di Grieg, faccio rifornimento di questa briosità, ne respiro a profusione, per rilasciarla lentamente durante la giornata.
L'anticipo di Primavera. Come dire l'inizio degli inizi. E' un momento particolare. Rappresenta l'attesa delle giornate che si allungano, dei pomeriggi che si scaldano, dei fiori che sbocciano e che rilasciano i loro profumi alla sera, dei prati che si ricoprono di verde, delle piante in fiore, degli insetti che ronzano dappertutto, del cielo notturno che si rasserena, accendendo le stelle ad una ad una; l'attesa di correre in mezzo al parco, di camminare a piedi nudi sull'erba, di bere acqua fresca dalle fonti di montagna, di rotolarsi al sole su tappeti verdi, di guardare il Sole che tramonta in un cielo incendiato, accecandoti con gli ultimi raggi lucenti;
La mia primavera è racchiusa in un rametto di mimosa.
Non riesco a sopportare che ci siano persone, con le quali hai vissuto periodi della tua vita, che ti hanno accompagnato per la tua strada, che hai lasciato affacciare al pozzo dei tuoi pensieri segreti, che ora possiedono una parte di te, un frammento, un souvenir, senza esserne più degne.
Lo vedo come un furto, una frode, un sottile inganno. Gironzolano spensierate con questo sassetto in tasca, che non pesa come la fiducia con cui glielo hai porto, fiducia che viene gettata a terra come una cartaccia di caramelle; e calpestata. Pensare che una parte di te, un pensiero segreto, una riflessione, una paura nascosta, una tenera speranza si trovino nelle mani (talora grinfie) di costoro è sconcertante. E' come sapere di un tuo caro, di un tuo amico in pericolo, imprigionato da aguzzini ostili.
E magari durante il suo sequestro il sassetto sarà pure trattato con tutti i riguardi. Ma rimane lo stato di soggezione cui sei sottoposto, che deriva dalla dipendenza da un altro essere che non sei tu; un essere che con un suo libero pensiero, un desiderio ridicolo, un moto momentaneo e superficiale, può decidere di tenerlo ancora in tasca o gettarlo con un ghigno in mezzo alla folla.
Non tollero questa sensazione di dipendenza, soprattutto perchè sono stato io stesso a tesserne la trama, con stupido trasporto emotivo e ingenuo ottimismo.
Istintivamente la parola che mi sorge alle labbra è: ribellione. Vorrei schiaffeggiare la mano deludente che ha accettato il sassetto, e riprendermi ciò che è mio.
Infiltrazioni di Sehnsucht

Che freddo vento tira! Prende la rincorsa e ti carica come un cavallo imbestialito, un turbine iracondo che sbalza chi ti circonda.
Siamo partiti tanto tempo fa, abbiamo messo in fila i passi, uno dopo l’altro, su questo sentiero tortuoso; qualcuno si è seduto a sostare, altri si sono invaghiti di quella sorgente, hanno riposato in quel prato, dormicchiando al sole, nascosti tra le spighe di grano, e non li abbiamo mai più visti. Altri hanno svoltato, rincorrendo una farfalla dai colori sgargianti, e ora incespicano su sassi diversi dai nostri; altri ancora si sono lasciati cadere, esausti e arresi, e ora ci maledicono da laggiù, da quel masso su cui stanno appollaiati, mostrando i pugni, riversando paure e timori addosso agli altri che percorrono la nostra strada, a coloro che verranno poi.
E adesso ha cominciato a soffiare questo vento freddo. Viene dalle steppe siberiane, sa di inverni lunghi, rigidi, seri. Sa di yurte abbandonate, lasciate in balia della tormenta, sepolte sotto la neve e i suoi silenzi, incrostate dal ghiaccio, appena scalfito da qualche tremulo raggio di sole. Sono folate che rinnovano le incursioni sul nostro focolare, sulla fiammella che si agita tra i sassi, che scompigliano i nostri respiri, condensati in nuvolette di fumo. Ci stringiamo tutti, per scaldarci, e osserviamo quel lenzuolo giallognolo che si agita come posseduto da un demonio. Qualche parola, due risate che fendono l’aria e disturbano i muschi perenni, disabituati ai sorrisi, burberi e rigidi.
Il vento ricomincia a tirare; lo sappiamo, nel momento in cui siamo tutti riuniti passa questo messaggio, muto eppure evidente, proprio sul finire di una dura giornata, dopo così tanti passi, dopo così tanta fatica, dopo tutte le gioie e le sofferenze condivise; avvertiamo che questo è il momento in cui il turbine sferrerà gli assalti più duri. Caricherà come un toro impazzito; ci stringiamo di più, e attendiamo.
Arriverà il vento e sbalzerà via qualcuno, lo fa sempre, e lo scaglierà lontano. Appena il tempo per un saluto, lanciato nel buio. Ci spazzerà via come un fiocco di neve, facendoci precipitare vicino a qualcun altro, facendoci rialzare da qualcun altro, facendoci proseguire con qualcun altro.
I vecchi, che hanno fatto di questa strada la loro casa, raccontano di due giovani. Iniziarono il cammino insieme, attraversarono le steppe fredde cercando l’accesso al loro Eldorado, ma arrivò il vento, che turbinò e li divise, gettandoli lontano. Ogni tanto si cercano ancora, girovagando per quelle deserte distese, urlando il loro nome, che stanno dimenticando, ma il vento li tace. Non tollera che ci sia rumore, il vento vuole il silenzio, lui solo può gridare nel gelo le sue minacce…
Immagine tratta da www.elenamurrer.com
Lo specchio torbido e rosso delle sere fredde e ventose; riposa sopra un tavolaccio fumoso, di legno antico graffiato e sbeccato, avvinghiato da una mano distratta, guardato appena da due occhi stanchi e volitivi; culla il suo rubino, esala fumi stordenti, quasi velenosi, impregnati di fascino e voluttà, srotola il suo incanto fino alle narici del viandante, irretendolo e...in un colpo è bevuto.
È il profumo.
Il nostro seducente compagno di vita.
Quanti ricordi può evocare una singola goccia che spande il suo aroma tutto intorno? È un distillato di vita, concentrato, che rilascia tutte le emozioni inebrianti del passato delicatamente, in ampie volute che salgono, su su fino alle narici, entrano dentro di te, scivolano giù per i polmoni, le respiri, si ramificano per il corpo, intiepidendo le punte delle dita e stringendo un paio di mani calde sul tuo petto.
Respiri un profumo, respiri un frammento di vita, fissato in odore, e ne trai pace e un delizioso senso di nostalgia.
Certi profumi ti accarezzano le guance e ti fanno addentare una pesca matura, succosa, ti avvolgono in una coperta di velluto, accendono lampade soffuse e velano la luce di colori rosa e amaranto; certi altri sono graffianti e vitali come uno spruzzo d’acqua estivo, come una risata improvvisa, sanno di arance e limoni sodi colti e mangiati al sole del Sud, in un’ampia distesa verde. Altri sanno di tempi andati, di gesti lontani, di corteccia di legno, di una casa antica, di una stanza dimenticata e poi scoperta di nuovo, di un cassetto tarlato che contiene lettere su lettere, carte ingiallite dal tempo. Altri ancora sanno di purezza, di freschezza, sono un alito di vento in una primavera ancora giovane, sono il profumo dei panni lavati e stesi ad asciugare al sole, delle vele bianche che si gonfiano in mare aperto, della bandiera che si agita là in alto, di una casa con muri spessi, candida, affacciata sul mare di Grecia. Certi altri odorano di sicurezza, sono una coperta di lana che ti scalda in un inverno freddo, un maglione morbido, sono il legno di pino e di rosa bruciati in una stufa, sono lo scoppiettio della resina che rilascia le sue sinfonie di aromi, sono il vento e la neve che battono sui muri di casa, fuori, mentre tu sei accoccolato davanti ad una fiamma calda e viva.
Alcuni profumi sono viaggi, sono le foglie di tè che ti portano alle sterminate piantagioni tropicali, alla fatica e al sudore del contadino che si carica i sacchi sulle spalle e si mette in marcia, e che lascia seccare le foglie al Sole indiano; sono i chicchi di caffè tostato, che ti fanno viaggiare fino in Arabia, raccontandoti storie di Sultani, di Visir, di donne bellissime e danze seducenti, di veli e di occhi neri, neri come il caffè, che spuntano dai veli; sono le foglie di tabacco, che ti ricordano piante arse dai raggi del sole, grandi foglie seccate e arrotolate a mano da scure donne con vestiti arancione e rossi, punteggiati di giallo. Rimandano a spirali di fumo, ad un bicchiere di rhum e un libro in riva al mare di un’isola Sudamericana.
Il profumo migliore è quello che ti sveglia al mattino, il profumo della notte che finisce, dei sogni sicuri, la fragranza dei capelli di una donna, morbidi e fluenti sotto le tue dita, l’odore di un bacio, di uno sguardo lanciato nella penombra del mattino, di una presenza calda al tuo fianco, di un respiro soffuso; un maglione, una sciarpa, una camicia, un fazzoletto, una maglietta intrisi dell’odore di una donna, in cui ti imbatti un giorno ricordandoti tempi remoti, lontananze dimenticate, che sbocciano le stesse emozioni già sfiorite tempo fa; è il profumo che ti accompagna mentre cammini per la tua strada, con indosso quel maglione, quella sciarpa, quel fazzoletto e quella maglietta, con le mani in tasca, assorto in dolci malinconie, meravigliandoti per l’imprevedibilità della vita, incuriosito per ciò che ha ancora in serbo per te.
Chissà quali altri profumi assaggerò oggi? Chissà per dove viaggerò? Chissà chi incontrerò?
Ruberò un’altra goccia di vita, la distillerò in profumo e la verserò in un’ampolla, da aprire quando avrò voglia di assaporare il passato, di ascoltare le intense melodie di quel profumo.
Tra tutti i moniti del libro, si può trarre un consiglio, o uno stratagemma, per far esistere il mondo che speriamo tutti. Convinciamoci che questo mondo esiste. Esisterà, almeno per noi, almeno per quell’istante…è un primo passo.
No, non può succedere veramente. Sto sognando...Svegliatemi, svegliatemi! Ti prego, suona dannatissima sveglia! Non doveva andare così...non era questo che immaginavo un anno fa, quando fantasticavo assorto in pensieri senza senso, o questa estate, quando vagheggiavo sul futuro prossimo. C'è troppo rumore perchè stia sognando..non è un incubo: è la realtà.
"Amare o avere amato, questo basta. Dopo, non chiedete nulla. Non c'e altra perla da trovare nelle pieghe tenebrose della vita. Amare è un compimento."
da "I miserabili", Victor Hugo.
Null'altro da aggiungere: questa citazione basta da sè; si inizia, si completa e si termina da sola. Solo un ringraziamento a quello scrittore che sa regalarci queste parole. Le parole sono state inventate proprio per questo in effetti, regalare emozioni, pacchettini lucenti da scartare con le dita tremanti, e in cui trovare (che sorpresa!)...se stessi.
Solo così andrebbero usate le parole.